Il cactus

Quando ero giovane avevo un cactus. Me lo sono portata dietro in tutti i miei spostamenti e ogni volta che ho cambiato casa…fidanzati…città…vita. Non aveva un importanza particolare non me lo aveva regalato una persona speciale. Era una cosa che non necessitava di particolari cure, l’unica cosa che non ho lasciato morire con il tempo.

Ricordo che portavo una valigia enorme, una borsa quel giorno ma il cactus dovevo tenerlo in mano.

“Puoi anche lasciarlo qui…riprenderlo un altro giorno”.

Ma no. Non potevo. Perché io sono una persona che quando prende le decisioni, le prende drastiche e non esiste tornare indietro, nemmeno per prendere un cactus.

Prosegui fino alla stazione barcollando in maniera abbastanza ridicola. Fermandomi ogni cinque minuti per cambiare lato alle valigie, come se così facendo, diventassero meno pesanti che poi, quando lasci qualcosa, qualcuno…quello che pesa di più è il tuo cuore.

La storia della mia partenza l’ho già raccontata. Quello che non ho raccontato è quello che è successo durante. Inconsciamente io ho proseguito la mia vita altrove, con la mia voglia di ricominciare e il mio cactus.

Lui è rimasto lì. Da solo.

La sera stessa mi ha inviato un messaggio. Il messaggio diceva “per favore aiutami perché da solo non riuscirò a superare tutto questo”

Io sono stata fredda, cattiva e ho detto no. Preferisco un taglio netto…è meglio sia per me che per te.

Sembra assurda una risposta del genere ma dopo sei anni a prendermi cura di lui e dei suoi problemi, avevo bisogno di un po di sano egoismo.

Lui lo ha capito e da quel momento in poi non ci siamo più sentiti.

Per me è stata durissima. Ogni volta che, camminando in città assistevo a cose che avrebbero potuto piacergli, lo pensavo. Quando al lavoro succedevano cose belle avrei voluto raccontargliele. Quando mi capitava di stare male volevo parlarne con lui che è stato la mia famiglia per così tanto tempo.

Poche settimane dopo l’annullamento del matrimonio la polizia ha fatto irruzione a casa sua è stato arrestato ed infine è finito in prigione. Io non sapevo niente, ero da un’altra parte a fare altre cose. Non so esattamente quanto gli hanno dato. Non so esattamente quali erano i reati, anche se, ovviamente aveva tutto a che fare con le droghe.

Io sono andata avanti, mi sono sposata, divorziata e sono partita.

Lui è uscito di prigione ed è venuto a Poschiavo a cercarmi ma mio padre gli ha detto che io ero partita…così, è tornato a Berna a casa sua, a fare quello che faceva prima e a farlo peggio di come lo faceva prima.

Poi un giorno, ero in giardino con i bambini. Arriva mio padre che mi dice “tieni, è per te!” E mi da il suo cellulare.

Rispondo e mi dice “sono io”.

All’inizio ho provato sollievo. Sollievo per il fatto che lui fosse ancora vivo…perché quando lo pensavo, lo pensavo morto in un vicolo. Quello che avrei voluto invece era che lui fosse sposato e avesse dei figli che stesse bene. Ma conoscendo tutto il suo vissuto…avevo grossi dubbi a riguardo.

Il sollievo è stato veramente corto perché poi ho capito, lo stato di disperazione in cui era.

“Ho chiamato soltanto per una cosa”. Ha detto

“Quale cosa?”.

“Vorrei sapere, se Noah, potrebbe essere mio figlio. Vorrei sapere, se ho ancora un motivo per vivere”.

Non è suo figlio. Sapevo che non era suo figlio. Ero assolutamente certa che non lo era. Non c’era il minimo dubbio. Ma avrei voluto con tutta me stessa che lo fosse…non c’era cosa che avrei desiderato di più. Sono stati secondi in cui ho tentennato, secondi in cui forse, avrei potuto cambiare il destino di qualcuno che amavo.

Ma ho dovuto dire la verità anche se lui avrebbe accettato anche la bugia.

“Non è tuo figlio”.

“Sei sicura al cento percento “?

“Sì. Sono sicura”. Ho risposto.

La conversazione è finita con entrambi in lacrime.

E pochi giorni più tardi sono stata svegliata con il messaggio della sua morte.

Anche se non lo sono mi sento responsabile. Anche se ho fatto la cosa giusta mi chiedo continuamente, ogni giorno, come sarebbe stato se avessi mentito.

Ma se esiste una certezza al mondo, è che in dietro non si torna.

Così ho deciso di prendere il mio cactus e di andare avanti. Anche quella volta.

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