Vi spiego il parto cesareo gemellare!

Fin da quando abbiamo scoperto che le mie gemelline erano una coppia mono-bi (monocoriali biamnotiche) c’era il 99% di possibilità di fare un parto cesareo. Le complicanze per le gravidanze gemellari con una sola placenta ormai sono ritenute ad alto rischio, e per avere più certezze si tenta di andare “sul sicuro”. Emma e Grace in pancia sono state bravissime, e infatti eccomi qui: è domenica pomeriggio, ha iniziato a piovigginare. Sono a bere un ginseng con la mia amica di sempre e sua sorella, e guardandomi in giro penso a quanto strano sia che nessuno sappia che tra poche ore sarò mamma. Ho odiato l’idea del cesareo, il fatto di dover programmare una data. Avrei tanto voluto un parto naturale, e che le gemelle arrivassero al mondo quando ne avevano voglia loro. Al contempo però la fine delle gravidanze come la mia comportano sempre molti rischi, e io di rischiare non ne ho proprio voglia. Così, come previsto, alle 17 sono in ospedale. Un tracciato, un’ecografia, e le ultime informazioni riguardo a tutta la fase pre-operatoria. Mi mostrano la stanza e io dopo aver cenato mi metto a dormire. Le emozioni sono mille, e altrettanti i pianti di altri bimbi appena nati. Il viavai in reparto è costante, pieno di donne, madri, che hanno messo al mondo i loro figli in ogni ora della notte. Guardo la pancia e vi parlo.. cerco di spiegarvi che manca poco, ma credo che voi lo sappiate. Fuori è scoppiato un temporale. Sento i tuoni dalla stanza di ospedale. Sono felicissima perchè era proprio cosí che me l’aspettavo, non so bene perchè. Lo sto amando questo tempo in completo contrasto con la pace e serenità che ho dentro. Ora sto bene, sono tranquilla e non sto più nella pelle.

“After a hurricane comes a rainbow” e il mio arcobaleno siete voi.

Finalmente arriva mattina, io sono pronta. L’intervento è stato spostato di qualche ora e non è quindi più alle 8, come concordato, ma verso le 11.

Il tempo non passa piú, siamo tutti impazienti di conoscere le gemelline. Sono particolarmente calma. Strano.. ho passato l’ultima settimana chiedendomi se avessi fatto la scelta giusta, se sarei stata una brava mamma per le mie bambine. Invece oggi sono rilassata. Ho paura, ma c’è qualcosa di piú grande che la calma. Chiacchiero con i miei, scattiamo le ultime foto col pancione che presto non avró piú. Mi chiamano; devo tornare in stanza perchè è ora di andare. Mi somministrano una flebo di antibiotico e mi portano verso la sala operatoria dove trovo tantissima gente, ma con una nonchalanche che solo Dio sa da dove arriva, scherzo e mi diverto con l’equipe. Mi spiegano che essendo un parto con molte possibili complicazioni (rassicurante vero?) il team medico è quasi il doppio e che di solito la situazione in sala è più tranquilla. Mi fanno sedere e mi iniettano un’anestesia locale sulla schiena per non sentire l’ago dell’anestesia spinale. In realtà sento tutto comunque. Uno strano formicolio sale sulle gambe che improvvisamente diventano pesantissime. Credo di sentirmi male, ma tutti mi rassicurano dicendo che è “normale”. Mi mettono un telo blu davanti al viso e

iniziano a tagliare. Io sento tutto, ma non provo dolore. Mi accorgo della lama, so riconoscere il punto esatto in cui si trova. Non fa alcun male peró. Poco dopo, all’improvviso, un pianto. È impossibile trattenere le lacrime, quella è la mia bambina. Vedo l’infermiera correre via con mia figlia senza nemmeno farmela vedere. Sento un secondo pianto, ma come prima non mi fanno vedere nessuno. Ho sognato questo momento per tutta la gravidanza, ma non l’avevo previsto così. Mi passano davanti agli occhi tutte le immagini delle neomamme che hanno la foto con il proprio bimbo appena partorito, e mi chiedo perchè io non ho potuto vivere quel momento. I medici nel frattempo parlano, mi stanno ricucendo. Io provo un misto di emozioni: le bambine sono nate, ma non so se stanno bene. Non le ho viste, e chissà invece quanta gente avrà il piacere vederle e toccarle prima di me, l’unica che se le è godute davvero in questi 9 mesi..nel frattempo l’anestesia sale. Non capisco se è normale, credo di perdere conoscenza, dinuovo. Stavolta però ho ragione e data la situazione anomala una delle infermiere mi chiede come sto ogni 30 secondi. Entra l’ostetrica che mi appoggia una bimba vicino al viso.

“Questa è Grace”dice, “ora peró dobbiamo andare”, e mentre io per la prima volta guardo la mia bambina negli occhi, lei se l’è già portata via. Ormai piango come una fontana.. le ostetriche mi rassicurano, le gemelle stanno bene, ma hanno bisogno di ossigeno e di trascorrere del tempo in incubatrice. Mi attaccano altre flebo, ma finalmente mi portano fuori. Mi ritrovo nella stanza “bonding” (quella dove inizi a creare un legame con tuo figlio) da sola. Guardo fuori dalla finestra, non capisco più niente. Mi sento così leggera, così sollevata, così appagata e così esausta allo stesso tempo. Fuori c’è il sole, lo hanno portato Emma e Grace. Arriva un’infermiera, mi spiega che potevano trasferirmi in stanza. Col lettino passiamo davanti ai miei familiari che prontamente si complimentano per la bellezza delle bambine. Mia mamma mi mostra le prime vere foto delle piccole e io sono dinuovo un fiume in piena. Incredibile la natura, assurdo come due esserini cosí perfetti fossero custoditi dentro di me. Non vedo l’ora di prenderle e coccolarle, di amarle e di farmi amare. “Benvenute al mondo piccole.” E’ pomeriggio, io ancora non ho visto le mie figlie. Sono passate poche ore dall’intervento, ma io voglio andare a conoscerle. Le infermiere non sono d’accordo e mi spiegano che dopo l’operazione ho bisogno di riposare, o perlomeno di stare a letto. Sono le 16 quasi, e io non ce la faccio più. Chiamo un’altra infermiera, e le dico che sarei andata a vedere Emma e Grace, indipendentemente dai loro consigli. Mi porta una sedia a rotelle, che ovviamente, non sono in grado di usare. Appena nessuno mi guarda mi alzo, e piano piano mi incammino verso la neonatologia. Il dolore è fortissimo, le lacrime mi scendono lungo le guance. Mi accorgo che qualcuno mi sta seguendo con la sedia con la paura che io possa cadere, ma imperterrita procedo: ho ben chiaro il mio obiettivo. Arrivo e quasi mi manca il coraggio di entrare.. Le intravedo, e più mi avvicino più sento il cuore che scoppia. “Ecco mamma, ti presento le tue patatine!” Dice sorridendo un’ostetrica, e io non

posso far altro che piangere. Con le mani tremolanti apro lo sportellino dell’incubatrice: le tocco e provo a prendere le loro manine, che però sono così piccole da perdersi tra le mie dita.. Finalmente posso dare un volto agli amori della mia vita, finalmente posso dire di essere orgogliosa di me, della mia scelta, e delle meraviglie che ho messo al mondo.

Ogni cosa ha magicamente assunto un significato diverso, e voi siete diventate il centro della mia esistenza. Vi amo oggi più di ieri.

Valentina

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